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venerdì, dicembre 16, 2005

tiene fra i capelli i libri, una casa, i colori, lo strumento - ticche tacche - per provare il cuore ( di sè/ degli altri) e la frutta - i succhi -... dei vestiti per il freddo,tutto arancio - come il sole - la chiave per camminare con il mondo in mano
10 euro per una quota una merenda, una coccinella sulla foglia un succo sperato
tu ci pensi, poi lo fai loro, i bambini, ti mettono nei sogni - e gratis
http://bambinineltempo.splinder.com/
"Per partecipare attivamente bisogna innanzitutto sapere che il costo annuale di ogni adozione a distanza è di circa 180 euro per ogni singolo bambino, cifra che verrà poi suddivisa in base al totale delle quote raggiunte. Abbiamo fissato un ammontare di 10 euro per quota: più quote raggiungiamo, maggiore sarà il numero di bambini che aiuteremo a studiare.
A quel punto si potrà andare all'ufficio postale per compilare un bollettino postale con i dati e le modalità precise che indicheremo a tempo debito.
Per dare la tua adesione preventiva basta clikkare QUI nel post capostipite del rinnovo e raccolta adesioni per il 2006, lasciando un commento e indicando il numero di quote che intendi impegnare, oppure scrivere la tua adesione e il numero di quote all'indirizzo segnalato sul blog".
domenica, marzo 06, 2005
Forse abbiamo (perlomeno io) una scarsa abitudine all’osservazione. Veniamo educati a non vedere niente. Altrimenti non potremmo camminare lungo una via commerciale senza perdere la testa per la quantità di stimoli visivi. Sicuramente è per questo che apprezziamo l’ordine semplice dei dipinti antichi, perfino quando in fondo non ne sappiamo niente. Perché a confronto con il nostro mondo ci appaiono relativamente comprensivi.
Chissà che non sia proprio la nostra ignoranza la fonte del piacere che proviamo nell’osservarli. I dipinti non ci vogliono vendere merci ne spiegare brutti aspetti dell’ambiente che ci sta intorno o di un paese lontano. Scuola di Fontainebleau. Di Anonimo. Gabrielle d’Estrèes con una delle sue sorelle. 1600 circa La donna a destra di chi guarda dovrebbe rappresentare Gabrielle D’estrèsse, l’amante ufficiale del re di Francia Enrico IV di Navarra, che morì misteriosamente, tra atroci dolori, il 10 aprile 1599, pochi giorni prima del suo matrimonio con il re, in un contesto storico complicatissimo…. “L’ho rivista sul suo quadro... Nella semioscurità, debolmente illuminata dalla luce smorzata del museo, lei non guarda me ma la sala che si allarga alle mie spalle. Sta lì alla mia destra, e sembra ancora più inerte del quadro stesso, da cui è bandito ogni movimento. Tiene la testa alta, sollevata al di sopra del corpo nudo, bianco come gesso, investito da una forte luce laterale. Sotto i capelli pettinati verso l’alto, simili a una parrucca, il suo volto esprime stupore, e si ha l’impressione che di lì a un momento su di esso si sarebbe letta una sensazione. Ma il pittore non ha voluto mostrarcela... La bocca piccola, chiusa come per un bacio – anche questo solo un desiderio che il nostro sguardo vorrebbe esaudire , ha lo stesso rosso delle pesanti tende che gravano tra pieghe imponenti sullo sfondo del quadro, ed evocano un palcoscenico appena aperto. Una perla a forma di lacrima orna l’anello d’oro al suo orecchio, da dove parte una lunga ombra che dalla spalla passa sul braccio e scende fino alla mano sinistra. L’avambraccio piegato all’altezza dell’ombellico poggia sul bordo, coperto da un panno, di una vasca di pietra dentro cui la donna sta dritta. Davanti le fluttua la mano sinistra, che solo in apparenza sembra nell’atto di respingere e in realtà ci mostra qualcosa: tra il pollice e l’indice si vede un anello d’oro in cui è incastonato uno zaffiro.
Ma in che modo lo tiene? Appena sfiorato con la punta delle dita, l’anello sembra sorretto cautamente tra le unghie, come se l’oro fosse rovente o lo zaffiro avvelenato. Cerchiamo una spiegazione, forse nella mano destra, ma questa pende mollemente dal bordo della vasca, con il mignolo stranamente scostato.
Appena sopra le dita che reggono l’anello vediamo i capezzoli color nocciola della dama che prende il bagno. Ora crediamo anche di capire la sua espressione di sfinge, un primo presentimento ci percorre l’anima, perché il pollice e l’indice di un’altra mano afferrano quel capezzolo, come ad estrarre una spina. Lunghe e affusolate sono queste dita, ma rese in un rosso brunastro, un tono di gran lunga più caldo del bianco algido delle membra della dama con l’anello.
Eccolo di nuovo, quel presentimento che striscia dentro di noi come un pensiero a cui mancano le parole. O è solo suggestione? Due donne. Se le si immagina senza testa, entrambe le figure sono in tutto somiglianti: due busti nudi in una vasca, legati da un gioco di mani, le destre a riposo sul bordo, mentre le sinistre stringono in punta di dita un anello e un capezzolo. Ma il volto della dama a sinistra ha uno sguardo trionfante, di astuzia. Sulla sua pelle è distesa una patina di rosso vitale A Poco a poco ora si schiude lo spazio, lo sfondo del dipinto che ha tante cose da dire e tra le due tende rosso scuro aperte solo per metà offre alla vista un’altra donna, forse una dama di camera, che siede là dietro accanto ad un camino. E’ china su qualche lavoro di cucito, su una sciarpa bianca che le ricade ai due lati del grembo. Sulla parete dietro di lei è appeso uno specchio, che nella sua cornice d’oro non riluce argeneteo, ma nero.
Accanto alla donna, al vero centro del quadro, fluttuante sopra il gioco enigmatico delle mani, spunta nella stanza un tavolo coperto da un panno di velluto verde. Vediamo le lunghe pieghe della stoffa verde che – quasi lo si avverte – è stata appena gettata sul tavolo.
Qui veniamo improvvisamente introdotti alla temporalità. Il lento distendersi della stoffa sul tavolo, che forse è un catafalco, e il debole bagliore di un fuoco che va spegnendosi dietro nel camino trasformano la dama di camera in una PaRCA che fila e taglia i fili del destino sotto lo specchio nero in cui abita la morte. Ma perché, perché tanto presto? Forse conosce la risposta l’uomo sopra il camino, di cui riusciamo a distinguere il basso ventre, coperto appena? Ma anche lui è solo un quadro, un quadro nel quadro, che dal dipinto sembra irrompere nella realtà. Non sappiamo chi sia. Il pittore non gli ha dato un volto. Sta lì seduto per terra, come fosse esausto dopo una notte d’amore, avvolto in una splendida stoffa color rosso che gli scorre intorno ai lombi. Lo sconosciuto troneggia su tutto lo scenario, sul fuoco che va spegnendosi,k il tavolo coperto di verde, la Parca, le due dame in primo piano e i loro gesti misteriosi.
Adesso avvertiamo che lo sguardo della dama sulla destra non vede più il mondo. Intuiamo persino la piccola impalcatura di legno che la tiene dritta nella sua vasca, per farci credere che sia viva. Spenta è la luce nei suo occhi, inerte il corpo sotto la pelle cerea, rigidi i movimenti delle mani, delle dita tra cui qualcuno, come per scherno, ha sistemato un anello. La seconda dama ci guarda maliziosa, trionfante. Nelle sue mani pulsa ancora il sangue, in lei è ancora desta la volontà, mentre nell’altra ormai riluce soltanto un ultimo barlume del mondo, un minuscolo punto di luce bianca sulla perla a forma di lacrima che le impreziosisce l’orecchio. Sembra quello l’unico spiraglio per raggiungere il mondo davanti al quadro: le candele che bruciano nell’atelier di un pittore, una misera baracca in cui il puzzo dei moccoli fumiganti si mescola con l’odore acre della vernice, in una notte senza rumore dell’anno 1600. E quasi si crede di poter cogliere il raspare delicato di un pennello che traccia sulle figure gli ultimi cauti tratti, serrando per sempre il segreto della loro storia."
…
“6 mesi dopo…, nel palazzo Vecchi di Firenze, mi ritrovai davanti le due signore in un dipinto molto simile. Riproduceva la stessa scena, due dame in un bagno. Lo sfondo era tuttavia scomparso: le tende rosse alle loro spalle erano chiuse. Ma nella vasca c’era la stessa coppia, Gabrielle e sua sorella, legate dal misterioso gioco delle mani, però con una piccola differenza: la dama a sinistra ora non afferrava il capezzolo della duchessa, ma le porgeva l’anulare della mano sinistra. La duchessa intanto sembrava compiere il gesto di infilare un anello al dito della sorella, che lei le poergeva come si fa in un matrimonio. Ma qui, in questo dipinto, il punto in cui le dita della duchessa tengono l’anello è vuoto. Non c’è nessun anello. Esso riproduce esattamente il dipinto conservato al Louvre… la composizione è un po’ diversa ma è senza dubbio opera dello stesso pittore- sconosciuto. … trovai altre versioni del quadro. Sembra che all’epoca e nei secoli successivi un’intera sfilza di pittori si sia cimentato con quello strano motivo. Ma per quanto la scena sembri aver scatenato la fantasia di molti pittori, le conoscenze sull’origine e sul significato dei quadri sono scarsissime. Mi sono imbattuto nella riproduzione di un dipinto il quale non fa che aumentare i già moltissimi misteri dei due quadri. “in primo piano ci sono come al solito le due dame in un avasca da bagno. A sinistra la sorella, a destra la duchessa, che qui porta al collo una collana di perle. La sua mano sinistra gioca con le perle, ma per il resto le mani delle due donne questa volta non compiono alcun gesto particolare. Tra le due dame, in secondo piano, è ritratta una balia che allatta un bambino. Infine sullo sfondo c’è una domestica che sta posando una brocca sul tavolo. Diversamente che negli altri dipinti, i due personaggi principali di questo quadro sono contrassegnati da grandi scritte d’oro. Le sarà difficile tenere distinti tutti i quadri che le ho appena descritto a grandi linee. Ma posso assicurarle che anche a me non è andata tanto diversamente… oramai avevo accanto a me, sulla scrivania, ogni tipo di riproduzione e le strane differenze che affioravano nelle varie versioni si sovrapponevano… Se adesso che lei crede che finisca tutto qui devo deluderla… (I quadri sarebbero – forse – in stretta relazione con la morte della duchessa di Beaufort, Gabrielle D’Estrèes. Sembra che il pittore dei dipinti sia stato in qualche maniera coinvolto in un intrigo per uccidere Gabrielle. Di certo i quadri sono già strani di per sé. In ogni caso si tratta di pitture ad olio molto dispendiose, senza dubbio realizzate su commissione. Ma chi le ha commissionate? E perché?….) Wolfram Fleishhhauer – un enigma color porpora – (longanesi)
martedì, dicembre 07, 2004

Pierre-Auguste Renoir (1841-1919)
Renoir occupa un posto preponderante nell'ambito dell'impressionismo. Infatti si devono a lui e a Monet (del quale seguì l'esempio) i primi quadri dipinti secondo questa tecnica che si chiamerà «impressionista», nei quali la luce crea spazi vibranti e dove gli impulsi del sentimento generano una freschezza nuova. Ma, contrariamente a Monet, Renoir quasi non può concepire un quadro senza la presenza umana. Così, pur dedicandosi completamente al paesaggio è innanzitutto un pittore di figure e in special modo il pittore della donna. Presenta attitudini che fanno pensare a Boucher, a Fragonard, che avvalorano la grazia carnale in maniera squisita. Gli stessi colori, di grande finezza, partecipano all'ambiente agrodolce dei motivi, che lo sguardo dei personaggi, privi di desiderio d'amore, «sensualizza». Figlio di un modesto sarto del Limousin, stabilitosi nel 1844 a Parigi, Auguste Renoir trascorre l'infanzia nei vari quartieri della capitale.
Alla scuola comunale, rivela attitudine per il disegno, ma è anche dotato per il canto e la musica, il che attira l'attenzione di Charles Gounod, maestro di cappella della scuola, che consiglia al padre di orientarlo verso una carriera musicale. Ma Renoir padre giudica più adatto trarre partito dalla vocazione plastica del figlio. A tredici anni, lo mette come apprendista in una bottega, dove egli si applica nella decorazione, dipingendo mazzetti di fiori, di piatti e tazze di porcellana. Grazie alla sua abilità , dopo pochi mesi dal suo arrivo, ha compiuto tali progressi che gli affidano i pezzi più delicati. Ma le ordinazioni si fanno sempre più rare, e la fabbrica che l'impiega, lo licenzia nel 1857. Prima di avere una occupazione stabile, in una casa specializzata nella confezione di tende, svolge vari mestieri: orna principalmente ventagli e decora con pitture murali numerosi caffè di Parigi. Per mezzo di prolungate economie, Renoir può finalmente realizzare il suo sogno più caro: seguire i corsi della Scuola nazionale delle belle arti.
Promosso agli inizi del 1862 al concorso d'ammissione, s'iscrive allo studio di Charles Gleyre (1806-74). Sebbene sia studioso, i suoi professori lo giudicano indisciplinato, e gli rimproverano uno stile ardito, non abituale in quel luogo. Infastidito dai suoi colori vivi e dalla sua maniera realista di vedere il motivo, Gleyre un giorno gli domanda: «È senza dubbio per divertimento, che voi dipingete?». «Ma certamente», risponde Renoir, «e se non mi divertisse, vi prego di credere che non lo farei.» Nell'autunno del 1862, Renoir fa amicizia con Alfred Sisley, Claude Monet e Frèdèric Bazille, nuovamente entrati nello studio di Gleyre; tutti e tre professano apertamente la loro ammirazione per i pittori anticonformisti dell'epoca. Ed è grazie a Monet che Renoir e i suoi nuovi amici guardano ciò che sta accadendo nel mondo dell'arte, perché Monet ha goduto di una buona scuola conoscendo Boudin e Jongkind, i pittori all'aria aperta, così come Camille Pissarro, e si avventura fino alla birreria dei Martyrs, luogo d'incontro dei partigiani del realismo, discepoli di Courbet. Il gruppo che dieci anni dopo costituirà il nucleo fondamentale degli impressionisti si trova riunito, quando Bazille, nel giro di qualche mese, presenta ai compagni Cézanne e Pissarro, che lavorano all'accademia svizzera.
È doveroso ricordare che Renoir non è, in quest'epoca, alla testa della battaglia per la nuova arte. Il desiderio di uscire dal percorso battuto appare più nei suoi propositi che nelle opere. Certo il suo talento e l'intuizione gli hanno permesso di evitare i luoghi comuni accademici, ma non resta meno attaccato ad alcuni valori tradizionali e spesso si reca anche al Louvre per fare delle copie dei pittori francesi del XVIII secolo ch'egli predilige. Con la chiusura dello studio di Gleyre nel gennaio del 1844 Renoir supera un ultimo esame per la Scuola di belle arti, e non vi rimette più piede. Si reca allora, su iniziativa di Monet e in compagnia di Sisley e Bazille, a Chailly-en-Bière, vicino Fontainebleau, per dipingere ogni aspetto della natura. Inizialmente vi incontra Narcisse Diaz de la Peña, in seguito Thèodore Rousseau, Corot e infine Charles François Daubigny e Millet. Nel Salone del 1864, Renoir è accettato e figura nel catalogo come allievo di Gleyre. In seguito, non avrà sempre questa possibilità anche se eviterà di inviare le tele più audaci.
Se la sua arte ancora non volta le spalle alla tradizione, egli lascia già trasparire quella grazia venata di sensualità che impregnerà tutta la sua opera. Dal 1866, si fanno sentire gli accenti moderni, soprattutto visibili nei ritratti, ma essi sono più improntati verso il realismo di Courbet che all'esaltazione della luce dei pittori all'aperto ( Diana cacciatrice, 1867, National Gallery of Art, Washington). Per vederlo compiere il passo decisivo, bisogna aspettare l'anno 1869, quando, avendo raggiunto Monet a Bougival, esegue con quest'ultimo numerose versioni di una trattoria di campagna, La Grenouillère (collezione Reinhart, Winterthur). Come lui, egli analizza allora il fenomeno luminoso con occhi nuovi, impiegando nuovi procedimenti, come la soppressione dei dettagli e la frammentazione del tocco. Senza che i due pittori se ne rendano conto, il loro modo di interpretare la natura, abbandonando il contorno, dà il segnale al grande movimento che rivoluziona la pittura: l'impressionismo.
Dopo qualche anno Renoir vive nella peggior miseria sostenendosi solo grazie alla generosità di qualche amico, soprattutto di Bazille, che godeva di una certa agiatezza. Al caffé Guerbois, dove egli ritrova Cézanne, fa la conoscenza di Degas, di Zola, di Louis Edmond Duranty (1833-80). Discreto, egli ascolta, più che partecipare, alle animose discussioni di questi acuti conversatori. Dopo la guerra del 1870, Renoir incontra Paul Durand-Ruel (1831-1922) che diventerà suo mercante, e il critico Thèodore Duret (1838-1927). Risale a quest'epoca il quadro La rosa (museo del Louvre, Parigi), che rappresenta una giovane donna, a seno nudo, che tiene in mano una rosa. Si può, per la prima volta, vedervi l'immagine che Renoir darà della donna: un corpo dalle forme piene, un viso rotondo con gli occhi stretti e a mandorla e un'aria di innocenza nell'atteggiamento. Nel 1874 partecipa alla prima mostra degli impressionisti, che si tiene al boulevard des Capucines.
Le tele di Renoir sono, come quelle dei suoi amici, vivamente criticate, ma tuttavia esistono anche degli amatori. Il funzionario del ministero Victor Chocquet (1821-98) a cui farà il ritratto, poi l'editore Georges Charpentier (1846-1905), che gli compra un quadro e gli commissiona dei ritratti della famiglia ( Madame Charpentier con i figli, esposto con successo al Salone del 1879; Metropolitan Museum, New York). Renoir dipinge durante questi anni le sue tele migliori. Queste esaltano la bellezza del corpo umano e l'armonia della natura, mettendo l'accento sulla gioia di vivere: La loggia (1874, Tate Gallery, Londra), Il mulino della Gallette e L'altalena (1876, museo Jeu de Paume, Parigi). Alcuni visi gli ispirano queste tavole luminose, nelle quali fa affiorare il fascino segreto della donna ( La lettrice , 1875-76, museo Jeu de Paume, Parigi), dipinge I canottieri a Chatou (1879, National Gallery of Art, Washington), riflesso cangiante degli svaghi all'aria aperta sulla Senna. Ma ben presto Renoir interrompe per un certo tempo la sua ricerca impressionista, stimando di non poter andare oltre su questa strada. Questo ritorno alla tradizione classica si realizza nel corso di un viaggio in Italia (1881-82) dove, dopo Venezia, scopre a Roma gli affreschi di Raffaello e a Napoli la pittura pompeiana.
Sentendo di non saper «né dipingere, né disegnare», si concentra sulla qualità del disegno, sulla raffigurazione dei dettagli per rendere più precisi i contorni delle forme, più netti i volumi. Una buona parte di ciò che costituiva il fascino del suo modo di dipingere viene abbandonato. I suoi toni diventano severi e la luce fredda, e la sua arte non è più animata dalla magia. Questo periodo è segnato da opere che non hanno ricevuto altra definizione che quella di «solide»: Gli ombrelli (1881-86, National Gallery, Londra), La danza a Bougival (1883, Museum of Fine Arts, Boston). Dopo aver partecipato alla settima manifestazione degli impressionisti nel 1882, l'anno seguente fa una mostra presso Durand-Ruel. Talvolta evade da Parigi per dipingere a Guernesey, o all'Estaque in compagnia di Cézanne. Non ha più preoccupazioni finanziarie grazie a Durand-Ruel che si accanisce nel diffondere le sue opere, così come quelle degli altri impressionisti, organizzando mostre a Parigi, Londra, Bruxelles, Vienna e New York. Ma Renoir, avendo un temperamento più dionisiaco che apollineo, si lascia indietro le costrizioni pittoriche che si era volontariamente imposto e, dopo questi anni di disciplina, ritorna verso il 1889 agli antichi amori.
Allora nascono, nel ritrovato splendore, tele vivaci dove sono rese tutte le sottili dispersioni della luce. I raggi si impigliano alle forme, accentuano la pienezza e la freschezza delle carni, caricandole d'un potere di suggestione quasi magico (La dormiente , 1897, collezione privata). A partire dal 1898, l'artista è colpito da un reumatismo articolare che lo fa soffrire terribilmente e gli impedisce di lavorare. Decide anche di ritirarsi nel sud della Francia, a Cagnes, dove acquista una casa (Les Colettes). Il Salone d'autunno del 1904, gli consacra una importante retrospettiva. A partire dal 1912, il suo stato di salute peggiora, dipinge solo con grande difficoltà . La mano non può afferrare i pennelli e deve far ricorso all'aiuto di membri della famiglia per riuscire a fissarli alle dita. Tuttavia continua a dipingere molto.
La sua arte afferra sempre, con lo stesso slancio comunicativo, i momenti più caldi della vita, che sembrano anche acquistare una maggiore intensità nei colori, perché i rossi sontuosi, che non gli erano abituali, appaiono in questo periodo. Renoir prende allora per modelli i suoi familiari: la moglie, i figli Pierre, Jean e Claude, detto Coco, e anche Gabrielle Renard, la governante, che ritrae in diverse pose: Gabrielle con la rosa (1911, museo Jeu de Paume, Parigi), Donna nuda sdraiata (collezione Jean Walter-Paul Guillaume, 1906 e 1908). Verso la fine della sua vita, Renoir si dedica maggiormente alla scultura, con l'aiuto di un giovane alunno di Maillot, Richard Guino (1890-1973). Sono interamente suoi solo un medaglione e un busto del figlio Coco (1907-1908). Al suo ritorno a Cagnes dopo un viaggio a Parigi, dove ha ancora visitato il Louvre, Renoir si spegne il 3 dicembre 1919.
venerdì, dicembre 03, 2004

Self Portrait with black Vase 1911, oil on wood, Historiches Museum der Stadt, Wien/Vienna (100 Kb) (thanks to Harlan Wallach)
Austrian expressionist artist Egon Leo Adolf Schiele, b. June 12, 1890, d. Oct. 31, 1918
venerdì, giugno 11, 2004

Il Trittico della malinconia
di Alberto Carollo
Qualche anno fa incominciai a scrivere un romanzo che nella mia testa doveva avere come filo conduttore il tema della melanconia, ‘categoria’ dello spirito, se così si può dire, che mi aveva sempre affascinato e che come molti autori hanno sostenuto e comprovato era ed è una caratteristica comune a molti artisti e personaggi illustri nel corso della storia.
Cominciai così ad accumulare materiale: articoli, riproduzioni di opere d’arte, trattati di medicina, di filosofia, di scienza naturale e religione, libri di poesia, di narrativa e via dicendo. Non mi dilungherò sul metodo adottato, non certo sistematico ma anzi apparentemente casuale e legato alle mie preferenze e perché no, anche ai miei limiti.
Piuttosto mi piacerebbe parlare di come incappai in un dipinto che suscitò in me un interesse e alcune riflessioni fondamentali per quanto andavo cercando.
Un amico mi diede in lettura un numero della rivista FMR Franco Maria Ricci Editore, rivista di settore che ospitava un intervento di Michel Butor. Molto di quanto andrò dicendo l’ho desunto da questo suo studio anche se vi estrapolerò alcune mie personali conclusioni.
Con Butor condividevo la stessa meraviglia di scoprire delle opere di primitivi fiamminghi agli Uffizi di Firenze e, come in questo caso, che ci trovassimo al cospetto di un’opera monumentale. Mi riferisco al Trittico Portinari di Hugo Van der Goes (1473-1478 ca.), ivi conservato, un olio su tavola. Pannello centrale cm 249 x 300; sportelli laterali cm 249 x 137 ciascuno. Darò qualche indicazione sommaria sulle ante laterali per soffermarmi di più sul pannello centrale del trittico, il pezzo più ‘ghiotto’ e interessante per quanto mi riguarda e spero anche per voi che leggete.
Le ante. L’esterno della composizione – quando le 2 ante si chiudono sul pannello centrale, per capirci -, riporta il tema di una Annunciazione a grisaille con l’angelo che si libra nell’aria, a sinistra, e la Vergine a destra. Entrambe le figure sono scorciate all’interno di un arco. E veniamo alle ante interne: a sinistra abbiamo due possenti figure, quella di San Tommaso che impugna una lancia. La lancia in verticale sembra sottolineare il bellissimo piede nudo, a indicare la vocazione di ‘gran camminatore’ del santo. Al suo fianco Sant’Antonio Eremita. Ai loro piedi i committenti che, com’era consuetudine, venivano ritratti in scala ridotta. In questo caso sono Tommaso Portinari coi due figli Antonio e Pigello. Nell’anta di destra abbiamo altre due statuarie figure di sante: Santa Margherita, splendida, col suo libro e crocefisso in mano e l’inquietante diavolo ai piedi, e Santa Maria Maddalena col vaso di profumo. Ai piedi delle due sante eponime troviamo ovviamente le figure miniaturizzate della moglie di Portinari, Margherita, con la figlia Maria Maddalena.
Il pannello centrale. La tavola è piuttosto affollata; cerchiamo di fare ordine: ci sono in primo piano San Giuseppe e la Vergine, ai quali vanno aggiunti il bue e l’asino. Più lontano un gruppo di tre pastori irrompono dinamicamente in un’atmosfera immobile. Il bambino è nudo, adagiato sul terreno, ammorbidito solo da qualche fuscello di paglia. Tutte le figure sono ricoverate sotto una tettoia, all’aperto, secondo quanto narrato nella Leggenda aurea. Attorno ci sono un sacco di angeli: sedici per l’esattezza. Nove sono inginocchiati attorno al bambino (alcuni hanno ali variopinte come ocelli di pavone) con un effetto di drappeggio che ne rende incerta statura ed esistenza nella dimensione materiale del dipinto. Due angeli aleggiano sopra Giuseppe e la Madonna, gli altri si scorgono in lontananza oltre la tettoia, accanto a una serie di figurine lontane di donne e pastori. Ci sono delle singolarità in questo pannello che vorrei segnalare. Innanzitutto la situazione di luce che si trova sopra Giuseppe semi-genuflesso. E’ una situazione di luce notturna che paradossalmente troviamo sotto la tettoia mentre fuori è giorno. E’ una luce che merita a pieno titolo l’aggettivo “celeste†e si sprigiona dal bimbo, attraversa la madre senza toccarla, quasi questa fosse trasparente, per rischiarare dal basso l’angelo annunciante e far risaltare anche il corno e l’occhio del bue nella penombra.
Si notino inoltre il drappeggio rosso di San Giuseppe e quel meraviglioso pezzo di natura morta ch’è il suo sandalo. E’ lì, isolato, staccato dal suo proprietario e protagonista del suo spazio. Potrebbe essere una culla. Se lo guardiamo dalla correggia alla punta indoviniamo una forma a cuore che si trova nella stessa diagonale che incontra le mani giunte della Vergine che, casualmente, sembrano disegnare delicatamente un cuore (provate a sostenere il contrario, se ne siete capaci!).
L’aquilegia. Ho lasciato ciò che mi interessa in questa sede per ultimo, a bella posta. A completare il cerchio dei pastori c’è un mazzo di fiori. C’è un fascio di spighe adagiato per terra, una piantina di violette blu scuro, un vaso con uno stelo di giglio con due fiori rossi, due ireos bianchi e uno viola scuro e infine un bicchiere con un ramo di aquilegia e tre garofani. Un tale campionario vegetale, a seconda del fiore preso in esame, assume valenze simboliche sulle quali non mi soffermo, ma che significato ha l’ancolie, l’aquilegia, il fiore della malinconia in questa composizione? Assistiamo al tripudio della nascita; perché, allora, Van der Goes ha voluto collocarvi un contrassegno della tristezza, del tormento e del malessere interiore?
Alcuni autori hanno voluto vederci un annuncio inquietante della sofferenza e della morte dolorosa del Salvatore sulla croce 33 anni dopo. Potrebbe essere una delle spiegazioni, ma secondo alcune letture a mio giudizio più convincenti, conoscendo la biografia di Van der Goes e qualche dettaglio per contestualizzarne meglio l’opera è verosimile che quel fiore sia la firma dell’artista che ci segnala il suo stato d’animo.
Attraverso un resoconto di un suo compagno di noviziato, Gaspard Ofhuys, apprendiamo che nel 1481, durante il viaggio di ritorno da Colonia al convento nei pressi di Bruxelles nel quale era divenuto frate laico, Van der Goes venne colto da turbe mentali. Era un frate molto devoto, dotato di grande integrità morale. In quell’occasione si sentiva dannato e condannato alla perdizione, preda di violente crisi depressive. I suoi sensi di colpa riguardavano anche il fatto di condurre una vita mondana; per via della sua fama di pittore di talento godeva infatti di privilegi preclusi agli altri confratelli. Gli era permesso intrattenersi coi committenti, parlare, bere e mangiare con loro. Per lui, fustigatore delle umane debolezze, la vanità , il prestigio, le lusinghe terrene di un artista ricercato dovevano mal conciliarsi con la sua vocazione spirituale.
Ma oserei spingermi oltre. Tra le peculiarità dello spleen c’è certamente un sentimento di inadeguatezza, l’incapacità di trovare una propria collocazione nel mondo, una perdita di senso e di appartenenza, il timore di non essere all’altezza, di non riuscire a portare a compimento il proprio personale “progetto†esistenziale. E’ evidente che sotto questo aspetto l’improvvisa decisione di Hugo Van der Goes di ritirarsi dalla mondanità nel momento della sua massima fama denoti il suo tormento spirituale, la sua condizione di malinconia e di dubbio. Prende infatti risalto la tesi che il monaco disperasse di veder realizzate le sue ambizioni artistiche. Gerolamo Munzer, un viaggiatore e cronista dell’epoca, narrava infatti che alla fine del XV secolo c’era a Gand un grande pittore che, disperando di raggiungere la perfezione del polittico dell’Agnello Mistico di Jan van Eyck nella cattedrale di San Bavone a Gent piombò in un cupo sconforto.
Autoritratto? Se il fiore è la firma di Van der Goes non è escluso che il nostro fraticello non abbia disseminato qualche altro indizio nel pannello. A quell’epoca non era infrequente che i pittori si raffigurassero all’interno di un dipinto in una posizione secondaria, magari rivolgendosi con lo sguardo all’osservatore. Tutto ciò concorderebbe con una certa tradizione letteraria e iconografica e con l’idea che mi sono fatto di come dovrebbe essere un artista, e cioè come un demiurgo discretamente nascosto dietro le quinte, che si lima le unghie osservando critico e compiaciuto le proprie creature. Non è un’idea molto popolare di questi tempi, visto il presenzialismo ad oltranza di certi pretesi “artisti†che col loro ego fanno ombra alle loro creazioni, ma sorvoliamo. Nel pannello centrale del trittico quasi tutti gli sguardi sono rivolti verso il bambino, eccettuati gli animali e alcune figurine di poco conto sul fondo, come l’angelo che rinnova il suo annuncio ai pastori che sono sulla collina.
Eppure c’è una figura nascosta dietro il pastore con la bocca aperta, che tiene il vincastro nella mano destra e nella sinistra il cappello. Questa figura si trova anche dietro quel pastore più piccolo che si avvicina con la zampogna alzando la mano, quasi ad attirare l’attenzione: ehi, guardate un po’ qui! Non è detto che la mano stessa appartenga al curioso personaggio seminascosto, un volto di tre quarti con un berretto rosso che indirizza a noi spettatori il suo sguardo fisso. E quello stesso naso è strettamente imparentato con quello del flautista meno sfuggente che ci guarda allo stesso modo in un altro dipinto di Van der Goes, l’Adorazione dei pastori di Berlino.
Un pittore olandese di fine '800, Emile Wauters, ha dedicato una sua opera alla figura di Hugo Van der Goes. Vincent Van Gogh deve averla vista. In una lettera al fratello Theo del 1873 chiede di segnalargli se esistono fotografie delle opere di Wauters oltre a quelle di Hugo Van der Goes e di Maria di Borgogna. Van Gogh scrive: "Non sono malato, ma senza il minimo dubbio lo diventerei se non facessi pasti abbondanti, e se non smettessi di dipingere per qualche giorno. Insomma ancora una volta sono quasi ridotto allo stato di pazzia di Hugo Van der Goes nel quadro di Emile Wauters. E se non fosse che ho una natura un po' duplice come quella di un monaco e di un pittore, sarei, e da molto tempo, interamente e pienamente ridotto allo stato anzidetto."
giovedì, aprile 22, 2004

martedì, marzo 23, 2004
sabato, marzo 20, 2004

François Boucher, L'odalisca bruna
1745 Museo del Louvre
L’odalisca bruna 1745 olio su tela; 53 x 64 Parigi, Louvre |
Il soggetto fu spesso affrontato dal pittore che eseguì altri esemplari, uno conservato a Reims (Musée des Beaux-Arts) e un altro nella collezione Otto Edouard Bemberg. La fanciulla giace con un abbandono tra dolce e sensuale con l’aria assente. L’allusione del letto disfatto è un invito di genere, risolto comunque in modo raffinato, sia per la bellezza della fanciulla priva di volgarità , sia per la grazia pittorica.
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martedì, febbraio 17, 2004
IL NUDO FRA IDEALE E REALTA' UNA STORIA DAL NEOCLASSICISMO A OGGI Mostra alla Galleria d'Arte Moderna di Bologna
La mostra, che ho visitato il secondo giorno di un week end - regalo di compleanno bellissimo, è dedicata al nudo come forma d'arte e circoscrive volutamente il periodo storico, perchè la rappresentazione del corpo nudo, poi vestito e infine spogliato ha una storia lunghissima. Ma partire dal neoclassicismo, che comunque riprende temi e simboli dell'arte classica, in qualche modo permette comunque di evocare se non le origini una tappa significativa di questa storia. Seguendo il percorso della mostra si osserva l'evoluzione che il gusto e il significato del nudo ha vissuto in questi due secoli: si comincia con un corpo maschile glabro, muscolosissimo, che esprime una virilità eroica e un corpo femminile la cui sensualità è comunque diafana e irreale. Il desiderio resta inespresso e vagheggiato e d'altronde vago è stato a lungo sinonimo di bello. Agli inizi del novecento il nudo è ormai un mezzo per rappresentare un desiderio invece carnale, che possiede già il corpo nel momento in cui lo disegna e lo guarda, e per questo sempre più ravvicinato al corpo non più osservato da un'incolmabile distanza ma raggiunto e serrato. Le ambientazioni non sono più giardini edenici, arcadie che possono essere giocate ma non realmente vissute ma camere dai letti disfatti, umidi di passione o torridi per l'attesa; oppure scogliere isolate che invitano ad un gioco libero perché inosservato. Il sesso diventa la cifra stilistica della rappresentazione. Fino ad arrivare alla sgradevolezza e allo stupore di oggi, al trasformismo e l'ambiguità di corpi di cui non si riesce ad indovinare e stabilire l'identità sessuale, alla rivisitazione acrobatica del corpo e allo schock finale: lei è lì, distesa per terra, nuda e bellissima, potrebbe aprire gli occhi e alzarsi all'improvviso ma la sua tangibilità ora possibile spaventa, inquieta, stuzzica o inibisce. La provocazione migliore è infatti proprio quella scultura, quella donna, seminascosta dietro un angolo, sdraiata su un materasso, talmente reale da suscitare ogni genere di emozioni tranne che l'emozione del corpo nudo di una donna. La mostra si ferma qui, non aberra il nudo, non ne mostra le deformazioni grottesche e perverse, non lo contamina con la pornografia e non lo anestetizza con l'anatomia. Non so dire se queste e altre appendici sarebbero state necessarie ed esaustive oppure pleonastiche. E la mostra potrebbe essere semplicemente un segnalibro in attesa di voltare pagina.
domenica, febbraio 15, 2004
Potete spiegare cosa è succeso?
Non riesco a cancellare le immagini!
domenica, gennaio 18, 2004

Bartolome Murillo Donne alla finestra
BARTOLOME MURILLO
Siviglia (XVII)
Murillo è uno dei pittori più importanti del barocco spagnolo. Considerato come interprete delle immagini della Madonna, di cui è stato un eccelso pittore, ha anche dipinto tempi più cari al barocco: bambini cattivi, e donne con qualche briciola di malizia.
sabato, gennaio 10, 2004
Jose de Ribera
Chiamato anche Lo Spagnoletto. Era nato a Jativa - Valencia nel secolo XVI e morto a Napoli nel XVII. Pittura dai chiaroscuri, da personaggi ombrosi, deformi, o matti, caratteristici del Barocco. Questo quadro si chiama: Testa di San Onofrio.
martedì, dicembre 30, 2003
Diego de Velázquez
Il più grande pittore spagnolo del Barocco. Ricordo il quadro raffigurando una scena di caccia, in primo piano c'è un cane con la gioia del momento, i suoi occhi sembrano talmente veri da dare l'impressione di movimento. Il quadro Las meninas, universalmente conosciuto, ritratta le figlie del re e i nani, e, mise en abime, entra anche l'artista nella scena.
Museo del Prado, Madrid

Portrait of a Cardinal (c. 1600) El Greco Oil on canvas (180.8 x 108 cm) The Metropolitan Museum of Art, New York Mark Harden's Artchive
lunedì, dicembre 29, 2003

Anche se è una rappresentazione inusuale e poco canonica il personaggio è Cristo. La chiamata di S. Matteo 1599 - 1600 Cappella Contarelli S. Luigi dei Francesi Roma Rapida ricerca ed ecco il risultato... non è agli Uffizi (Notizie sul quadro in inglese)
lunedì, dicembre 22, 2003

Propongo ai fruitori del battello questo mio frammento di memoria: questo volto è stato realizzato dal Caravaggio, io l'ho trovato su un sito (?) ma senza nessuna descrizione. La mia memoria mi dice che appartiene ad un uomo, forse ritratto intero, che ho visto alla Galleria degli Uffizi e mi ha stregato, per l'audacia e la modernità . Qualcuno di voi mi sa dire se quello che ricordo è vero e il titolo dell'opera?
domenica, dicembre 21, 2003

Rembrandt van Rijn 1606 - 1669
venerdì, dicembre 12, 2003
A. Van Dyc
Ritratto di famiglia
ANTONIE VAN DYCK (Anversa1599 - Londra1641)
LA GIOVINEZZA AD ANVERSA
Antonie van Dyck appartiene ad una ricca famiglia borghese commerciante in seta di Anversa. Antonie nasce dal secondo matrimonio del padre (con Maria Cupers 1590) ed è il settimo di undici figli.
In quel periodo i rapporti fra la Spagna e la repubblica delle Province Unite, le sette province dei Paesi Bassi del Nord che si erano rese indipendenti dalla Spagna nel 1579, paiono aver raggiunto un certo equilibrio, che offre una cornice serena ai suoi primi anni di vita.
Si dice che sia stata la madre, ricamatrice di talento, ma che muore quando Antonie aveva otto anni, a suscitare nel figlio l’interesse per l’arte.
Nel 1609-1610 è apprendista nella bottega del pittore Hendrik van Balen /1575-1632), autore di quadri religiosi e profani, una delle figure di spicco della pittura locale e dal quale apprende la tecnica più che lo stile
Tra il 1613 e il 1614 lascia lo studio di van Balen e verso il 1615 ne apre uno indipendente. Conosce Rubens, di cui diventa amico e collaboratore, copiandone il modo di fare.
Durante il primo periodo della sua produzione van Dyck si afferma in due diversi generi: la pittura di storia, con temi religiosi o mitologici che gli impongono di imparare a dipingere su grande scala, e la ritrattistica, che sarà più avanti l’espressione più originale della sua arte in cui raggiungerà le vette più alte e nella quale si afferma subito con la genialità dell’osservatore profondo.
Nel ritratto il giovane Antonie dimostra di avere un approccio diverso da quello dell’amico Rubens.
Se nella genesi del ritratto Rubens unisce la conoscenza dei modelli del rinascimento all’osservazione diretta, van Dick è invece più intuitivo e si inserisce nella grande tradizione del Nord fatta di osservazione e realtà immediata, dando alle sue immagini, fin dagli inizi, un’impronta del tutto personale
giovedì, dicembre 11, 2003

Peter Paul Rubens Bacchus
mercoledì, dicembre 10, 2003
Rubens, Peter PaulSelf-portrait with Isabella Brant c. 1610 Oil on canvas 174 x 132 cm Alte Pinakothek, Munich
sabato, dicembre 06, 2003

Leonardo da Vinci Testa grottesca Gessetto nero. Leonardo era affascinato dall'anatomia umana e iniziò a fare studi di teste grottesche a Milano negli anni 1482-1499; questo disegno però è successivo: 1503-07 e può essere il culmine di questa serie di studi.
"Madonna Litta" di Leonardo da Vinci

Madonna Litta 1490 circa olio e tempera su tavola, trasferita su tela; 41,9 x 33 San Pietroburgo, Ermitage
E' un quadretto di piccole dimensioni. La mamma è molto elegante (il suo vestito è alla moda, la moda delle gentildonne milanesi della seconda metà del '400). Il bambino è delizioso: ha l'espressione seria e anche e un pò "estraniata" che hanno tutti i bambini quando succhiano il latte (non solo dal seno, ma anche da biberon) perchè i loro sensi sono tutti rivolti verso l'intimo piacere che ricavano da quell'azione istintiva e appagante. In questo preciso momento si è distratto un attimo a guardare "l'osservatore". Ma subito dopo riprenderà a fare con maggior lena quello che per un attimo aveva interrotto: succhiare... (succhiare il latte, il nutrimento, la vita, l'amore... ) E' un bambino bellissimo, biondo e ricciuto ... proprio come Leonardo immaginava, forse, potesse essere il suo bambino. Anche la mamma è bellissima: il suo volto esprime dolcezza, pazienza, modestia , mistero. Guarda il suo bambino con una "forza tranquilla" (anche se ciò può sembrare un paradosso!), ed anche con un'affettuosa malinconia. (chissà perchè... forse era solo stanca, di quella stanchezza puramente fisica con cui le mamme, sopratutto di neonati, si ritrovano a fare i conti). Secondo me, pur essendo un quadro quieto, meditativo, pieno di fascino, possiede una grande energia vitale. Da notare che il bambino, nell'altra mano, quella in cui non afferra con possesso l'oggetto del suo piacere, tiene in mano un cardellino... Non so se questo uccellino, nel contesto del quadro, abbia un qualche significato simbolico, ma quasi certamente avrà subito le conseguenze della forza che i piccoli, senza volerlo, possono riversare nelle loro manine quando stringono qualcosa che a loro piace. Un'altra cosa da notare sono le due finestre da cui si può ammirare un paesaggio mooolto simile a quello che c'è dietro la famosissima gioconda. (Questo dipinto, o capolavoro, infatti, oggi unanimemente riconosciuto di Leonardo, è stato, negli ultimi cento anni, attribuito ai suoi allievi. Ma ora, grazie a tanti particolari come questo del paesaggio o come, per esempio, a quello che il profilo della madonna ricorda quello dell'apostolo Filippo nel Cenacolo Leonardesco ... e a tante altre cose ... ha legittimato finalmente la sua paternità ).
L'opera, dal 7 novembre 2003, ha lasciato un vuoto nella sala del museo russo che la custodisce gelosamente (l'Ermitage). È infatti tornata in Italia, dopo un secolo e mezzo di assenza, per essere esposta a Roma, in Quirinale, e successivamente a Venezia, dove rimarrà fino a metà gennaio, in occasione dei festeggiamenti per la riapertura del Teatro La Fenice, gravemente danneggiato da un terribile incendio nel 1996.
Ps: non sono"un'esperta d'arte e probabilmente non lo sarò mai... percio mi domando e chiedo: cosa significa "Litta"??)
Concludo, citando dagli scritti di Leonardo: "quando fai la tua figura (o quando la osservi, aggiungo io) pensa bene chi ella è e quello che vuoi che tu faccia".
mercoledì, dicembre 03, 2003
El Greco
AgonÃa en el JardÃn
El Greco è uno dei miei pittori preferiti. La prima volta che vidi i suo iquadri dal "vero" nel Museo del Prado di Madrid, sono rimasta affascinata, non riuscivo ad andare a vedere altri quadri. Mi sorprendeva in lui la spiritualità , la leggerezza, il trattamento di temi drammatici con una punta quasi surreale. Mi aveva colpito un suo quadro che rappresentava una mano che impugna la penna per scrivere: era bellissimo, significativo, intrigante, magico, misterioso: una mano nella sua azione di produrre un gesto umano.
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